La Vecchia Concia nasce da un'antica conceria di pellami sulla riva del mare. Negli anni '50 il mio bisnonno Argimiro comprò il vecchio stabile ed il terreno circostante ed iniziò a far crescere la struttura per regalare un rifugio sul mare a sua moglie Olimpia, alle sue due figlie, Catarina e Lorenza ed ai suoi cinque nipoti. Io, Sara, e mia sorella, Miriam, siamo le figlie di una dei cinque: Alba. Insieme a mio marito Roald siamo la quarta generazione che ha respirato il profumo di mare dalle finestre della vecchia concia. Abbiamo deciso di aprire le porte a chi vuole assaporare un po' della magia di questa casa e così, dall'amore e dal grande aiuto di tutta la famiglia, è nato il B&B La Vecchia Concia. Questo, in breve, è il racconto di mamma Alba quando le chiedo di come è iniziato tutto.
"Avevo sei anni compiuti da pochi giorni quando nonno per la prima volta portò me, zia Bice, nonna Olimpia e nonna Rina a vedere quello che allora mi apparve un terreno incolto sotto il sole abbagliante. Un muretto di cemento diroccato completato da un cancello rudimentale lo separava dalla strada bianca percorsa da poche biciclette, rare vespette e rarissime auto oggi diresti d’epoca, cinquecento, giardinette. Subito sotto la stradina digradavano gli scogli in mezzo a cui si aprivano minuscole spiaggette sassose battute da un mare limpido come quello che oggi puoi vedere in Sardegna.
Quel giorno non oltrepassai il cancello, vidi solo da lontano in fondo al terreno che nonno, orgoglioso di sé, aveva appena acquistato con il suo stipendio di dirigente del magazzino dei tabacchi a Sforzacosta, un capannone grigio, addossato alla ferrovia e, più vicino al cancello, tra l’erba alta e gialla si potevano riconoscere delle vecchie fondamenta abbandonate. Accanto al nostro pezzo di terra c’era la casetta di Alfredo, di cui conobbi quel giorno stesso la figlia più piccola, Franca, futura compagna di giochi: una bimbetta esile, con un viso tondo pieno di lentiggini mangiato da un paio d’occhi enormi, dall’altro lato quello che mi parve uno sterminato canneto. Più in là a destra e a sinistra poche e rare case: la Pensione Svizzera, bianca e imponente, la palazzina di Bianca, la capannina dell’unica bagnina della zona, Paola, la villetta della famiglia nobile che, nonostante il nome, non aveva nulla a che fare con diplomi particolari di Conservatorio, poi altre due villette, la casetta di Angelica e laggiù dove la stradina bianca terminava sbarrata dalla foce di un grosso fosso pieno, come scoprimmo poi, d’interessantissime raganelle, la baracca di Broccolo. Per il resto canneti, campi incolti , scogli bianchi lavati dal mare e azzurro di onde e di cielo.
Così mi apparve la prima volta che la vidi la nostra Concia, quel capannone senza luce elettrica e con una vecchia pompa arrugginita per tirare su l’acqua: si chiamava così perché aveva ospitato una conceria di pelli, utilizzate poi dai fabbricanti dei dintorni per confezionare scarpe e borse. Per molti anni le nostre vacanze furono una specie di campeggio: dormivamo nel capannone, la notte era illuminata dalla luce delle candele e dei lumi a olio, ancora ho nel naso l’odore dello stoppino acceso, tiravamo su l’acqua con la pompa che ti lasciava ogni volta sulle mani il colore e la puzza della ruggine, il nostro bagno era uno sgabuzzino sgangherato tra il capannone e la ferrovia, immerso tra le canne alte, ricettacolo di grossi ragni neri e pelosi, che vibrava maledettamente quando il treno passava sferragliando.
Arrivavamo all’inizio della stagione, appena finivano le scuole, con il taxi del paese guidato valorosamente da Umberto, detto Cacà (storpiatura burlona di gagà coniata dai giovanotti del paese per il vecchio autista scapolone di Sforzacosta) con armi e bagagli, un vero e proprio trasloco che mamma e nonna, e più tardi io, abbiamo sempre odiato con tutte le nostre forze, una faticaccia improba, di impacchettamento, trasporto, pulizie. Ma, una volta piazzati, era la felicità, in costume da bagno giorno e notte, vita da selvaggi tra mare e sole, in un ambiente primitivo, incontaminato. Qualche barca arrivava ogni giorno con pesce e vongole, ogni anno ritrovavamo vecchi amici, e ne trovavamo di nuovi, molti tedeschi che bazzicavano la Pensione Svizzera.
Nonno aveva eretto su due alti pali un’altalena favolosa che ci contendevamo e che, se non la conoscevi, ti scodellava senza tanto nè quanto, per terra mentre eri in pieno volo: eravamo tra fratelli e cugini in cinque. Una banda di piccoli selvaggi litigiosi, ma pronti a fare fronte comune contro gli estranei antipatici e a farli passare per la trappola dell’altalena traditrice, una poverella ci si ruppe due denti: nonno quella volta si arrabbiò molto con noi. Prima che fosse eretta la casa le vecchie fondamenta vicino al cancello furono teatro di giochi sfrenati, salti dai muretti sul fieno ammucchiato , nascondino, acrobazie di ogni genere: Maurizio, già animo d’ingegnere, progettò all’interno di quelle mura diroccate con un secchio e una catenella una doccia rudimentale molto utile, sua fu anche la messa in opera di un lampadario a base di assi di legno e rotelle smontate dalle carrozzine delle bambole, quando sfavillava della luce di una decina di candele ci sentivamo al Ritz.
Poi fu il periodo del Cigno, un moscone voluto da mamma, mezzo per una serie di avventure che arrivarono a scomodare persino la guardia costiera: Maurizio, Bice e Massimo issarono una vela e se ne andarono a zonzo lungo la costa, il ritorno a remi fu tanto periglioso e tardivo da costargli, a tutti e tre, il castigo di andare a letto senza cena: per molto tempo si ebbero i nomignoli Maurizio di Robinson, Massimo di Venerdi e Bice di Pappagallo.
Avevo 13 anni quando fu costruita la casa dove adesso tu abiti: il cantiere fu una goduria, percorremmo le impalcature in lungo e in largo. Intanto la zona stava rapidamente cambiando, in virtù delle scogliere il mare si era ritirato scoprendo vaste strisce di spiaggia prima sassosa, poi per esigenze turistiche sabbiosa, pian piano case si aggiunsero a case, sorse il glorioso S. Elena, l’albergo chic, che quando arrivava il Cantagiro, un festival estivo itinerante della canzone italiana, ospitava cantanti famosi. La strada fu asfaltata, poi allargata, poi sistemata sempre più funzionalmente, le spiagge libere divennero sempre più piccole a vantaggio di quelle date in gestione ai bagnini. Ma qui davanti ce ne è rimasta una grande, come tu sai bene.
Molto sommariamente questa è la storia: la mia capacità di sintesi stupisce ogni volta me per prima. Che altro vuoi sapere figlia? Chiedi e avrai risposte..."
Alba
| | | 1957 Bice, Alba e il cane | | | 1956 Alba, Bice, Mau, Max | | | | | 1958 Alba e la papera ciambella | | | | | | | 1958 I cugini in spiaggia | | | | | | | | | | | | | 1963 Alba e la Ghigliottina | | | | | | | | 1964 I cugini e Miro al cantiere | | | | 1964Bice e Alba sul cigno | | | 1964 Rina, Alba, Franca e il purè | | | | | | | | |